Nelle grandi città corrono tutti… ma dove vanno?

Nelle grandi città corrono tutti… ma dove vanno?

ambiente-cittadinoQuando vado a lavorare nelle grandi città, in particolare alcune metropoli del nord Italia, mi risulta facile verificare come, rispetto alla piccola realtà in cui vivo, i “ritmi” siano visibilmente differenti.

Oltre a notare un numero impressionante di persone dotate di cuffie per ascoltare la musica (buona soluzione per “sfuggire” all’ambiente esterno) ho potuto osservare l’elevata velocità dei movimenti (dal camminare alle semplici azioni consuete, come bere un caffè), oltre alle espressioni facciali tese ed una aggressività piuttosto marcata (sia a livello di toni di voce che di gestualità) nelle comunicazioni interpersonali.

E’ piuttosto naturale pensare che esista una correlazione tra ambiente cittadino (traffico e stili di vita) e stati emotivi.

Il ritmo che si vive in determinate città risuona in noi (sto parlando proprio di risonanza intesa come sistema specchio) ed influenza di molto il nostro modo di comportarci.

I neuroni specchio, nel rilevare tramite la vista azioni umane così cariche di stress, ci portano a provare anche i relativi stati d’animo, per imitazione involontaria.

Mi è capitato di leggere su internet un articolo datato 23 giugno di quest’anno apparso su “Le Scienze – edizione italiana di Scientific American”. Pensa che…

nascere e crescere in una grande area urbana è un fattore di rischio per disturbi psicologici quali ansia e disturbi dell’umore nel corso della vita“.

Un nuovo studio internazionale condotto da Jens Pruessner del Douglas Mental Health University Institute ha rilevato quanto segue:

precedenti studi avevano mostrato come il rischio di ansia è del 21 per cento maggiore per le persone che vivono in città, che hanno anche un rischio di disturbi dell’umore maggiore del 39 per cento, ed oltre a ciò, l’incidenza della schizofrenia è quasi doppia nella popolazione nata e cresciuta in città.

Nell’articolo si parla di veri e propri problemi psicologici connessi al fenomeno dell’urbanizzazione: a questo punto c’è da farsi qualche domanda, direi.

A cominciare dalla prima, semplicissima: “quanto costa questa velocità al nostro corpo? quanto costa alla nostra mente, al benessere di noi stessi e delle nostre relazioni?”.

La risposta pare piuttosto ovvia, eppure sembra che il meccanismo che porta a pensare di più al fare piuttosto che all’essere sia ormai diventato più affascinante, forse perché più immediato e più facile.

Ricordiamoci che siamo in un ambiente condiviso, e tendiamo ad imitare i nostri stati d’animo come in una sorta di contagio collettivo. Pensa a come ci si siede a tavola dopo una giornata passata a correre e ad affannarsi per fare! Molte persone in quello stato non sanno nemmeno cosa stanno mangiando, né con chi.  E’ come se si dimenticassero di loro stessi…

Chissà se ne vale la pena, oppure sia il caso di concentrarsi maggiormente sul nostro essere, sulla comprensione di noi stessi e soprattutto su che cosa veramente ci potrebbe rendere felici.

Probabilmente, meglio di noi, saranno i nostri figli a conoscere la risposta.

Un buon modo per evitare questa “catena” potrebbe partire dalla consapevolezza di quali siano le micro espressioni facciali che fai durante la giornata: sei consapevole di quello che gli altri vedono di te?
Prova a guardare il tuo volto allo specchio durante la giornata, vedi la tua immagine riflessa sulle vetrine, sui vetri della metropolitana o degli autobus, sui finestrini delle auto.
Ricordati di te stesso ognitanto, potresti cambiare il tuo stato d’animo e quello di chi ti osserva.